Quasi tutti gli strumenti di logistica mai costruiti danno per scontata una zona industriale: un capannone numerato, un piazzale di cemento in piano, una banchina all'altezza del pianale, un ufficio accettazione merci con dentro qualcuno dalle nove alle cinque. Il vivaismo non ha quasi niente di tutto questo, a nessuno dei due capi del viaggio.
Il vivaio che spedisce sta in fondo a una strada poderale. Il garden center che riceve prende le consegne da un cancello di servizio sul retro che non compare su nessuna mappa. Il cantiere del paesaggista è un campo con un riferimento di cancello e un numero di cellulare. Il coltivatore che ti compra le talee radicate ha un piazzale in cui entri in retromarcia solo se sai che devi allargare all'altezza del fienile.
Così gli ultimi due chilometri vengono improvvisati, ogni volta, da chi capita alla guida. Improvvisare va benissimo fino al momento esatto in cui non va più. A quel punto un carrello pieno di piante vive è fermo in una stradina, il telefono squilla a vuoto e tutti quanti cominciano a perdere soldi perché nessuno ha mai messo per iscritto come si entra.